I Beatles e i sogni degli anni ‘60 nelle parole di Ivano Fossati

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La musica come elemento per comprendere quella che è stata una delle epoche più importanti dello scorso secolo,  gli anni ’60. È questo il tema dell’incontro recentemente tenutosi presso l’Università di Genova dal titolo “I Beatles e i sogni degli anni ‘60”. Protagonista dell’incontro è stato Ivano Fossati, il quale ha raccontato l’ambiente musicale e sociale di quell’epoca attraverso il suo romanzo “Tretrecinque”, recentemente edito da Einaudi.  L’intento dell’opera , dedicata “a quelli che vanno nel mondo senza paura degli anni e delle distanze”, è quello di raccontare un’epoca attraverso un’ottica dal basso, dalla quale sia possibile osservare meglio i fenomeni che l’hanno caratterizzata. Lo fa attraverso la storia di uno dei tanti suonatori che in quegli anni hanno abbandonato l’Italia in cerca di fortuna. Badate bene un suonatore, non un musicista. Spiega infatti Fossati che mentre un musicista aspira a produrre dell’arte, un suonatore è invece una persona che chiede alla musica di salvargli la vita e di farla stare bene. Mentre il primo è un’artista, il secondo è semplicemente al servizio della musica e chiede al proprio talento di farlo sopravvivere. È un concetto applicabile ad ogni campo. In questo caso sono gli strumenti coloro che consentono al protagonista di sopravvivere.

Il protagonista, Vittorio Vicenti detto Vic Vincent, nasce nella periferia di Vercelli, ovvero nel nulla più assoluto, e finisce la vita in un altro nulla, quello delle “redlands” della regione a sud di Miami. È un personaggio molto verosimile, che proprio come i Beatles, appartiene alla generazione del baby boom post bellico e che con i Beatles condivide l’estrazione sociale, un’estrazione operaia (George Harrison ad esempio era un mancato apprendista elettrauto ). Non essere ricchi e aver bisogno di qualcosa è una condizione necessaria per diventare un artista. Nel libro il padre vuole iscrivere Vittorio all’Accademia Professionale, mentre lui vorrebbe studiare, spinto dalla fame di avere di più di ciò che ha. È proprio la fame ciò che distingueva gli artisti italiani, ossia il non avere mai visto né avuto nulla, ed è proprio questo ciò che può davvero cambiare la vita. Per Vittorio l’occasione del riscatto è rappresentata da una chitarra elettrica, una Gibson 335. Allora per un ragazzino scoprire una chitarra elettrica era qualcosa di incredibile. Mentre adesso tutti sanno cosa sono e come funzionano, allora quegli strumenti apparivano completamente nuovi. Oggi solo presentando ad un ragazzo un qualche apparecchio tecnologico straordinariamente all’avanguardia si avrebbe lo stesso effetto, ossia la meraviglia. Proprio la meraviglia è il sentimento che caratterizzava quella generazione, ed erano proprio quegli strumenti a generarla, come la prima chitarra elettrica, la mitica “Broadcaster” del ’52, chiamata successivamente  “Telecaster”.

La vita del protagonista compie una svolta in seguito all’ incontro con Fred Buscaglione e la sua eccezionale band, una delle band migliori dell’epoca. Quando Vittorio entra nel locale dove suona Buscaglione ne esce sconvolto in quanto scopre cos’è la vera musica, che è ben diversa da quella suonata nella stanza da solo o insieme al maestro. Finché infatti si suona da soli è praticamente impossibile ottenere dei miglioramenti.

Vittorio parte quindi per Brighton, dove si guadagna da vivere suonando in una band  formata perlopiù da italiani. Allora la routine era l’esercizio ed essere sempre pronti era tutto; bisognava sapersi adattare se si voleva vivere facendo il suonatore. Come spiega Fossati “io ho imparato a suonare il basso per sostituire il bassista di una band quando andava in bagno”.

È importante tenere in considerazione il fatto che il ragazzo abbandona l’Italia nel ’62, periodo in cui il nostro paese è in pieno boom economico e vanta un’invidiabile stabilità monetaria. Quelli che come Vittorio emigravano in quegli anni lo facevano solo per entusiasmo, per cercare strade nuove, non per vera necessità. Non erano infatti più gli emigrati con la valigia di cartone, che fuggivano senza nulla da un paese che non dava loro alcuna possibilità; stavolta era l’Italia che aveva qualcosa da proporre agli altri. I suonatori andavano in Cornovaglia, in Belgio o Germania a suonare per i nostri connazionali che vivevano all’estero, con quello che allora si chiamava “contratto di orchestra tipico”, ossia un contratto che prevedeva di saper suonare le musiche del momento ma anche i grandi classici della tradizione, come “Luna rossa” e “O sole mio”. Ciò consentiva di guadagnare di più e più a lungo, anche se spesso si veniva trattati come i camerieri. Proprio i camerieri era erano stati infatti i primi a partire, trascinandosi dietro tutti gli altri, compresi i suonatori.

Per quanto riguarda la politica, Vittorio non ne è interessato. Negli anni ’70 i cantanti di tutto il mondo accompagnavano il pensiero politico, o lo criticavano. Lui, partito a 19 anni, è invece estraneo al discorso perché non sa nulla della musica italiana e di conseguenza della politica, nonostante provenga da una famiglia di persone tutte tesserate nel PCI. Pur sentendosi in colpa per questo pensa solo a suonare, afflitto dalla malattia di non potersi guardare le spalle: guardare indietro o tornare a casa sarebbe come ammettere una sconfitta, piuttosto preferisce andare nel nulla di Miami.

Il libro si conclude con una playlist finale di canzoni consigliate, nella quale non appaiono però i Beatles. La band inglese è citata solo tre volte nell’opera, in quanto si trovava ad un livello vertiginosamente più in alto di quello del protagonista.

Il cantautore genovese ha quindi raccontato l’effetto che ha avuto la “British invasion”, ossia il modo di suonare delle band inglesi, sul mondo della musica degli anni ‘60. Il cambiamento era stato segnato qualche anno prima dall’elettrificazione degli strumenti, una vera e propria rivoluzione per l’epoca. Se fino agli anni ’40 le orchestre erano composte quasi esclusivamente da fiati, gli strumenti maggiormente in grado di farsi sentire anche senza amplificazione, e le chitarre erano poco utilizzate in quanto quasi ininfluenti, con l’avvento dell’elettrificazione queste ultime hanno preso il sopravvento su tutti gli altri strumenti. Si sono venute a formare così delle orchestre più piccole, composte da formazioni di  4 o 5 elementi. È cambiato il suono e lo stile. Persino la musica latina, che fino ad allora aveva avuto una diffusione importante anche nel Regno Unito pre-Beatles, basti pensare a successi come “La paloma” e “Guantanamela”, e il mambo, che aveva catturato a lungo il cuore della gente con il suo ritmo coinvolgente, sono stati letteralmente spazzati via da una tale ondata di novità. Gli elementi di queste band non erano colti musicalmente, anzi erano molto meno preparati dei musicisti precedenti. Spesso si rifiutavano addirittura di studiare la musica, in modo da conservare uno stile originale e fuori dagli schemi. Essere colti di musica, saperla leggere, come nel caso di Vittorio, poteva costituire quasi un handicap, poiché significava far parte del mondo precedente dal quale tanti cercavano di distinguersi. Si trattava di un voluto e cercato non sapere, di una desiderata ignoranza. Lo stesso processo è stato poi portato avanti da band come i Clash o i Nirvana, che hanno ulteriormente scarnificato la musica aggiungendovi nuovi contenuti. Ma sono i Beatles ad accorgersene per primi. “Suonare male mi veniva bene”, dice Fossati. È lo stesso rifiuto delle regole che troviamo ad esempio nella pittura. In quegli anni inoltre essere jazzisti era quasi d’obbligo, tutti lo erano, mentre adesso si può scegliere un genere. Anche quelle che venivano definite “canzonette” erano intrise di jazz. Un esempio è Natalino Otto, cantante radiofonico con una voce molto bella, che cantava canzoni molto facili ma attinenti al jazz e allo swing, leggero come un velo sopra le canzoni. Molto forte inoltre era l’influsso della musica nera, senza la quale la musica dei Beatles, dei Rolling Stones e degli Animals non sarebbe stata la stessa. Il rhytm and blues della musica nera si fondeva inoltre con il folk americano, creando una miscela tutta nuova. Ciò ha determinato il cambiamento radicale della discografia, che non era preparata ad un tale successo in quanto non aveva avuto modo di prevederlo. Se negli anni ’50 i dischi erano oggetti rari e negli anni ’60 si vendevano perlopiù singoli, negli anni ’70 ad essere venduti erano interi album, molto più ricchi di canzoni e molto più costosi. I produttori di tali dischi si sono ritrovati così tra le mani una vera e propria fortuna.

Quello che caratterizzava questo nuovo tipo di musica era il fatto che per la prima volta essa assumeva un carattere generazionale. Infatti mentre precedentemente i grandi esperti di musica scrivevano per un pubblico vastissimo (basti pensare al successo di “Magic moments” per esempio), con la “British invasion” la musica ha iniziato ad essere scritta per ragazzi da parte di altri ragazzi che ne conoscevano perfettamente il linguaggio e le problematiche (stessa cosa che accade oggi con il rap). Gli Who ad esempio, con “My generation”, offrono un quadro di cosa potesse provare un ragazzo degli anni ’60 molto più efficace di qualsiasi saggio o esegesi.

Per la prima volta inoltre assumeva un ruolo importante il look. I giovani portavano i capelli lunghi per distinguersi dalla generazione dei padri, una generazione di persone grigie e vestite tutte uguali, tanto che sembrava che per loro la gioventù durasse di meno. Era un orgoglio vestirsi così, anche se spesso i genitori non ne capivano le ragioni. Un chitarrista inglese disse “io sono arrivato da Londra e ho notato che l’Italia è un paese buio, la gente si veste di scuro”, mentre Henry  Jones definì Genova “la città più buia che abbia mai visto”.

Fossati ha terminato poi con una riflessione generale sull’evoluzione della musica. Secondo lui essa (non si parla di classica) pur tendendo sempre a cambiare involucro, non cambia la propria sostanza. È inevitabile infatti rifarsi a schemi già percorsi precedentemente. Anche Ennio Morricone ritiene inutili e prive di senso le cause per plagio in quanto lo spazio della musica tonale è molto stretto e ancor di più lo è quello del pop, che come dice Fossati è “l’arte di suonare all’infinito cose che altri hanno fatto prima di te ma con l’aria di inventarle sul momento”, una sorta di musica democratica. Il compito degli artisti è quindi quello di spostare le cose, di rimescolarle, non di portarle avanti. Solo pochissimi infatti sono riusciti ad apportare novità significative al mondo musicale. Tra questi, gli artisti di cui si è parlato precedentemente, insieme ad altri nomi del calibro di Jimmy Hendrix, il primo a suonare la chitarra in quello stile che tanto lo ha reso celebre. Ma salvo rare eccezioni i più tanti possono solo mischiare le carte e apportare tematiche nuove. La musica, infatti, funziona  proprio come una macchina da presa, che a seconda di dove è posizionata può fornire impressioni differenti della stessa cosa. Il pregio dei Beatles è quindi quello di averlo capito prima di altri ed aver mantenuto un’originalità che li ha portati a scrivere per molti anni canzoni che rimangono nella storia. Fossati conclude dicendo che le innovazioni che sono state apportate negli anni ’60 al mondo della musica hanno avuto un’evoluzione continua fino ad oggi. Bisogna quindi studiarle non limitandosi a quel periodo ma bensì ponendole in relazione anche con le ricadute che hanno ancora sulla società attuale.

 

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