L’occhio quadrato di Alberto Lattuada.

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Si è appena conclusa a Genova la mostra intitolata “Occhio Quadrato – Alberto Lattuada fotografo e cineasta” a cura di Piero Boragina e Giuseppe Mercenaro. Le sale del Palazzo della Meridiana hanno ospitato alcuni degli scatti del regista lombardo Alberto Lattuada (1914 – 2005), famoso per aver trasposto sullo schermo numerosi romanzi sia di autori italiani (De Marchi, Verga, D’Annunzio, Fogazzaro, solo per citarne alcuni), che internazionali. Oggetto della mostra è tuttavia l’opera fotografica del regista che, come vedremo, è stata una passione che ha coltivato per tutta la vita.

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Approfittando di una fredda domenica primaverile, insieme alla mia amica Camilla, non abbiamo trovato modo migliore per trascorrere il tardo pomeriggio che addentrarci nella mostra. In extremis perlopiù, dato che erano le ultime ore disponibili per poterla visitare. Un po’ spinti dalla curiosità di conoscere un personaggio a noi ancora sconosciuto, un po’ desiderosi di visitare gli interni di uno dei palazzi nobiliari della città, percorsa la breve salita che si alza là dove da Piazza della Meridiana prende inizio la bellissima via Garibaldi, siamo arrivati a varcare il grande portone laterale dell’edificio. Attraversato il salone d’ingresso, illuminato da uno dei lampadari che sono simbolo dei palazzi genovesi, ci siamo diretti verso il chiostro. Le piccole cupole magnificamente affrescate che separano le colonne, insieme alla celeste vetrata che ricopre la zona centrale, varrebbero da soli il prezzo del biglietto. Da qui inizia la zona DSCN3837dell’esposizione. Per prima cosa vengono mostrati alcuni scatti appartenenti al libro fotografico “Occhio quadrato” (1941). Il titolo, suggerito a Lattuada da Mario Soldati in occasione delle riprese del film “Piccolo mondo antico”, sta a indicare sia la natura delle foto, che non possono prescindere dall’osservazione della realtà, sia il loro formato, quadrato appunto, in quanto la macchina fotografica con la quale sono state scattate, la Rollei, adottava un formato 6×6. A essere rappresentate, in modo assolutamente realistico ed essenziale, sono scene della vita quotidiana della Milano del ’38.

“Nel fotografare ho cercato di tener sempre vivo il rapporto dell’uomo con le cose. La presenza dell’uomo è continua; è anche là dove son rappresentati oggetti materiali, il punto di vista non è quello della pura forma del gioco della luce che l’ornerà, ma è quello dell’assidua memoria della nostra vita e dei segni che la fatica di vivere lascia sugli oggetti che ci sono compagni”.

56707-1La mostra prosegue con una corrispondenza tra Lattuada e la sua fotografa di scena Paola Franci. Qui possiamo osservare il regista immortalato dalla Franci e da altri fotografi durante le riprese di alcuni dei suoi lavori più celebri come “Piccolo mondo antico” (1941) di Mario Soldati, in cui Lattuada collabora alla sceneggiatura per l’adattamento sul grande schermo dell’opera di Fogazzaro; “Senza pietà” (1948), “Il mulino del Po” (1949) e “Luci del varietà” (1951), che vedono la collaborazione con Federico Fellini; “La lupa” (1953), adattamento dell’omonima novella di Giovanni Verga.

Ancora una volta tuttavia sono gli scatti realizzati in prima persona da Lattuada quelli che mi colpiscono maggiormente. Innanzitutto una serie di “appunti visivi” che il regista ha realizzato presso la colonia penitenziaria di Castiadas in Sardegna. Qui i detenuti vengono fotografati durante il duro lavoro giornaliero.

“Castiadas. Una colonia penale ‘aperta’, un esempio forse unico di penitenziario dove al posto dei cancelli, delle catene, dei lucchetti c’erano, come vincolo insuperabile, gli orti, i vitelli, i conigli, le galline, cioè la terra e i suoi frutti. L’idea è di Guido Malatesta, giornalista uscito dalla Resistenza e subito entrato nel campo del cinema. Dopo una notte sul traghetto siamo a Castiadas in Sardegna. Entriamo nella colonia penale senza suonare alla porta. L’ho già detto: una colonia penale ‘aperta’, dove vivono decine di uomini colpevoli di delitti grandissimi e per la maggior parte condannati all’ergastolo. Perché non fuggono? Risponde il Direttore. Perché l’amore per il vitellino che deve nascere o per la pianta che sta dando i frutti è un legame più forte d’ogni costrizione. Inoltre questo modo di vita ricostruisce una nuova struttura spirituale, fa rinascere la bontà, la voglia di dimenticare il delitto. Qualcuno è fuggito ma è tornato spontaneamente. Nasce un soggetto e poi una sceneggiatura. Perché non diventa film? Venitemi a intervistare se volete conoscere la verità. Ne saprete delle belle sulla nascita e la morte di un film”.

988417_10203531886727876_1511654013_nPurtroppo infatti le foto servivano come materiale preliminare per un film che non verrà mai realizzato. Al contrario, gli scatti di Lattuada che chiudono la mostra sono una serie di polaroid che il regista ha scattato per le vie di Genova in occasione del film documentario “12 registi per 12 città” (1989). Qui dodici famosi registi hanno ripreso dodici grandi città italiane in occasione dei mondiali di calcio “Italia ’90”. Nelle polaroid, ognuna accompagnata con una scritta a mano riguardante il luogo e l’ora in cui è stata scattata, il regista, che da sempre ha avuto un forte legame con Genova e la Liguria in generale, ha immortalato le vie del centro della città, che in parte hanno conservato ancora oggi il loro aspetto.  La mostra termina poi con la frase che forse più di tutte racchiude il senso dell’opera fotografica di Alberto Lattuada:

“L’essenza dell’immagine fotografica dovrebbe essere così densa da rivelare passato, presente e futuro dell’oggetto ritratto, sia esso un essere vivente o una cosa… La fotografia è quell’istante, quel frammento d’istante, quel fulmineo tempo del lampo che ha il potere di vampirizzare tutto ciò che la lente inquadra. Dopodiché l’operazione è cristallizzata, consegnata all’eternità…”

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