Diwan, Battiato e la voce del Mediterraneo

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Canzoniere, registro, dogana, ministero e infine divano. Questi sono i significati e l’evoluzione del termine di origine persiana dīwān, utilizzato da Battiato come titolo per il suo spettacolo Diwan, l’essenza del reale. L’opera, già rappresentata in tre occasioni nel 2011 e presente nei maggiori teatri italiani a partire da novembre fino alla data finale del 10 dicembre a Torino, è l’omaggio dell’artista catanese alla scuola poetica araba nata in Sicilia intorno all’anno Mille. In particolare, oltre ad alcuni brani provenienti dal repertorio classico di Battiato ed altri composti appositamente per questa occasione, vengono cantati alcuni testi della tradizione arabo-siciliana.

Recentemente il tour è passato dalla mia città, Genova: da appassionato, l’occasione era da non perdere. In passato avevo già assistito ad un paio di spettacoli del “maestro”, in particolare alle date genovesi dell’Up patriots to arms tour del 2011 e, più recentemente, dell’Apriti sesamo tour, organizzato in concomitanza dell’uscita dell’omonimo cd, un’opera a metà, prodotta forse prematuramente, in cui Battiato pareva aver perso  parte della sua lucidità e capacità di stupire i suoi ascoltatori, sia a livello musicale, poche di queste canzoni infatti resteranno in mente, sia per quanto riguarda l’originalità dei testi.

Ancora una volta ad ospitare Battiato è il Carlo Felice di Genova, al completo nonostante l’ultimo concerto qui risalga solo al febbraio di quest’anno. La curiosità da parte mia è molta poiché, per la prima volta, non so assolutamente cosa aspettarmi. Mi chiedo “Dove vorrà andare a parare? Si tratterà di un concerto o di uno spettacolo teatrale?” La paura è quella di ritrovarmi ad assistere ad un’opera troppo complessa da apprezzare, priva di una buona dose di energia. Decido però di correre il rischio; Battiato vale da sé il prezzo del biglietto.

Si spengono le luci. Fin da subito è chiaro che la serata non avrà un unico protagonista. Ad aprirla infatti è il pianoforte del maestro Carlo Guaitoli, storico collaboratore di Battiato. Gli echi dell’oriente risuonano già in queste prime note. Entrano quindi gli artisti che affiancheranno il cantautore per tutto il concerto. Gianluca Ruggeri, Ramzi Aburedwan, ma soprattutto Etta Scollo, Nabil Salameh dei Radiodervish e Sakina Al Azami. Le sonorità dell’arabo, del siciliano e 4579-50692dell’italiano, unite alla eterogeneità degli strumenti, tra cui violino, pianoforte, chitarra, bouzouki, kanun, kawala, nay e un’ampia gamma di percussioni, immediatamente mi catapultano in un’atmosfera da mille e una notte. Per ultimo, accolto dal primo grande applauso della serata, sedendosi sull’irrinunciabile tappeto persiano (“sapeste che comodo qui sopra”), si unisce alla compagnia di artisti anche Battiato. Dopo un paio di brani inediti, per la prima volta prende la parola per introdurre Aurora, canzone tratta dal suo ultimo cd. “Nell’undicesimo secolo, spiega, quando i normanni invasero la Sicilia e la depredarono senza pietà, il poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis fu costretto a scappare in Andalusia, da dove avrebbe continuato a diffondere la cultura siciliana”. Il brano, il cui testo appartiene proprio a Ibn Hamdis, è riproposto in una veste nuova sfruttando la varietà strumentale presente sul palco. Lo spettacolo prosegue in un crescendo di intensità. Si alternano le opere del repertorio con quelle di Diwan. Veni l’autunnu, Niente è come sembra, Haiku e Personalità empirica. “Stranizza d’amuri!” urla qualcuno dal pubblico. “E’ verso la fine” risponde Battiato avvicinandosi al microfono. Il cantautore abbandona spesso il palco per lasciare visibilità agli altri artisti. “Fa bene fare avanti e indietro così, si dimagrisce!” Mi colpisce soprattutto la voce di Etta Scolo, una voce che trovo molto originale, a tratti bizzarra, capace di passare dagli acuti più intensi a suoni tanto bassi da sembrare 4579-50694maschili. Si alterna spesso con Sakina Al Azami, l’altra bellissima voce femminile, le cui sonorità mi riportano alla mente quelle delle atmosfere mediterranee. Ad accompagnare Battiatto è anche il cantante palestinese fondatore dei Radiodervish Nabil Salameh, il quale alterna arabo e italiano. È sua Lontano, una delle canzoni più suggestive. Più lo spettacolo si sviluppa più il pubblico ne sembra catturato. Vengono proposte in una nuova veste e, come in occasione del concerto di Baghdad del 1992, con alcune strofe tradotte in arabo, Le sacre sinfonie del tempo e L’ombra della luce, ma il picco di intensità si raggiunge con Lode all’Inviolato, al termine della quale il Carlo Felice sembra scoppiare per la prima volta. Io stesso non ho difficoltà a controllare l’emozione. Si arriva quindi a una svolta. L’intensità lascia il passo all’energia.

Riprende la parola Battiato per introdurre il pezzo successivo: “Mi trovavo una volta a Venezia in un bar, quando il proprietario mi si avvicinò per dirmi che fuori dal locale c’era della gentaglia che chiedeva di me. Gli dissi di farli entrare. Erano tre curdi dai capelli lunghi. Io li trovavo bellissimi ma per lui erano gentaglia. Si volevano complimentare con me perché in Kurdistan ero diventato molto popolare. Infatti in una mia canzone avevo cantato del loro leader, Mustafa Mullah Barzani, un personaggio che io all’epoca adoravo perché prendeva i soldi dagli americani e combatteva gli americani. Era semplicemente geniale. Strade dell’est!” E ancora. “Quando ero a Milano ho studiato l’arabo per tre anni all’Ismeo. Vinsi anche una borsa di studio per andarlo ad imparare seriamente a Tunisi. Poi alla fine ho rinunciato per incidere L’era del cinghiale bianco, e forse è stato meglio così”. È Arabian Song. Quindi si alza in piedi per non sedersi più. È il segno che tutti aspettano. Dopo Fogh in Nakhal, un pezzo cantato a quattro voci che ha le sue origini nella tradizione popolare irachena, è la volta finalmente di Stranizza d’amuri e quindi di Voglio vederti danzare. Battiato abbandona il carattere etnico per fare finalmente il Battiato, canta accenando i suoi passi di danza tanto tipici. Anche tutto il Carlo Felice balza in piedi, c’è chi si ammassa sotto il palco. Voglio vederti danzare dice il ritornello, tantoché per ben due volte le luci del teatro si accendono. Ora è davvero possibile vedere danzare tutta la platea e gran parte della galleria, vi sono volti di tutte le età. Standing ovation. Escono gli artisti. A rientrare sono solamente Battiato e il maestro Carlo Guaitoli. Magic Shop e poi, non poteva mancare, La cura. Nuova standing ovation. Infine L’animale e Gli uccelli, prima di congedarsi con un bacio rivolto a tutti.

Uscito dal teatro non posso che esserne soddisfatto. In questo spettacolo si è visto forse il vero Battiato, il Battiato che fa della curiosità, della passione per la cultura e per la storia il fulcro della sua opera, uno spettacolo “antropologico”. In un intervista recente ha affermato: “Cosa faccio io in realtà? Studio, incasso, mi evolvo e divido”. Detto, fatto.

G.M.

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