Minchia signor Faletti

Standard

Minchia signor Faletti è già da poco che se n’è andata e mi rincresce che in questa fretta non l’ho nemmeno salutata non era certo una grande amicizia né un parente troppo lontano solo di nome qualche intervista non si può dire ci conoscevamo quando a Sanremo cantava Falcone ed io troppo piccolo per capire che anche con una divisa addosso che anche per gli altri si può morire ma solo adesso se ci rifletti…

Minchia signor Faletti che forse molti non hanno afferrato che spesso parlare alla gente semplice è di sicuro più delicato a tutti quei critici dalla bocca buona che sputan sentenze dal gusto amaro
a chi ha provato a provare tutto a chi ha la colpa di parlare chiaro ancora adesso la brava gente continua a morire e muore da sola ora chi uccide non usa armi, non l’esplosivo ma la parola ora chi pensa a quei poveretti?

Minchia signor Faletti testa di cazzo lo è sempre stata dal Monferrato fino a Drive In non era certo una passeggiata questa notizia un po’ ci rattrista spesso la vita non lascia uscita ora chissà chi potrà sanare per gli italiani questa ferita che in una calda mattina d’estate ha spento per sempre una fantasia di un’ironia dalla bocca stretta, degli spettacoli e la poesia io poi i suoi libri non li ho mai letti..

Minchia signor Faletti!

Annunci

I Beatles e i sogni degli anni ‘60 nelle parole di Ivano Fossati

Standard

La musica come elemento per comprendere quella che è stata una delle epoche più importanti dello scorso secolo,  gli anni ’60. È questo il tema dell’incontro recentemente tenutosi presso l’Università di Genova dal titolo “I Beatles e i sogni degli anni ‘60”. Protagonista dell’incontro è stato Ivano Fossati, il quale ha raccontato l’ambiente musicale e sociale di quell’epoca attraverso il suo romanzo “Tretrecinque”, recentemente edito da Einaudi.  L’intento dell’opera , dedicata “a quelli che vanno nel mondo senza paura degli anni e delle distanze”, è quello di raccontare un’epoca attraverso un’ottica dal basso, dalla quale sia possibile osservare meglio i fenomeni che l’hanno caratterizzata. Lo fa attraverso la storia di uno dei tanti suonatori che in quegli anni hanno abbandonato l’Italia in cerca di fortuna. Badate bene un suonatore, non un musicista. Spiega infatti Fossati che mentre un musicista aspira a produrre dell’arte, un suonatore è invece una persona che chiede alla musica di salvargli la vita e di farla stare bene. Mentre il primo è un’artista, il secondo è semplicemente al servizio della musica e chiede al proprio talento di farlo sopravvivere. È un concetto applicabile ad ogni campo. In questo caso sono gli strumenti coloro che consentono al protagonista di sopravvivere.

Il protagonista, Vittorio Vicenti detto Vic Vincent, nasce nella periferia di Vercelli, ovvero nel nulla più assoluto, e finisce la vita in un altro nulla, quello delle “redlands” della regione a sud di Miami. È un personaggio molto verosimile, che proprio come i Beatles, appartiene alla generazione del baby boom post bellico e che con i Beatles condivide l’estrazione sociale, un’estrazione operaia (George Harrison ad esempio era un mancato apprendista elettrauto ). Non essere ricchi e aver bisogno di qualcosa è una condizione necessaria per diventare un artista. Nel libro il padre vuole iscrivere Vittorio all’Accademia Professionale, mentre lui vorrebbe studiare, spinto dalla fame di avere di più di ciò che ha. È proprio la fame ciò che distingueva gli artisti italiani, ossia il non avere mai visto né avuto nulla, ed è proprio questo ciò che può davvero cambiare la vita. Per Vittorio l’occasione del riscatto è rappresentata da una chitarra elettrica, una Gibson 335. Allora per un ragazzino scoprire una chitarra elettrica era qualcosa di incredibile. Mentre adesso tutti sanno cosa sono e come funzionano, allora quegli strumenti apparivano completamente nuovi. Oggi solo presentando ad un ragazzo un qualche apparecchio tecnologico straordinariamente all’avanguardia si avrebbe lo stesso effetto, ossia la meraviglia. Proprio la meraviglia è il sentimento che caratterizzava quella generazione, ed erano proprio quegli strumenti a generarla, come la prima chitarra elettrica, la mitica “Broadcaster” del ’52, chiamata successivamente  “Telecaster”.

La vita del protagonista compie una svolta in seguito all’ incontro con Fred Buscaglione e la sua eccezionale band, una delle band migliori dell’epoca. Quando Vittorio entra nel locale dove suona Buscaglione ne esce sconvolto in quanto scopre cos’è la vera musica, che è ben diversa da quella suonata nella stanza da solo o insieme al maestro. Finché infatti si suona da soli è praticamente impossibile ottenere dei miglioramenti.

Vittorio parte quindi per Brighton, dove si guadagna da vivere suonando in una band  formata perlopiù da italiani. Allora la routine era l’esercizio ed essere sempre pronti era tutto; bisognava sapersi adattare se si voleva vivere facendo il suonatore. Come spiega Fossati “io ho imparato a suonare il basso per sostituire il bassista di una band quando andava in bagno”.

È importante tenere in considerazione il fatto che il ragazzo abbandona l’Italia nel ’62, periodo in cui il nostro paese è in pieno boom economico e vanta un’invidiabile stabilità monetaria. Quelli che come Vittorio emigravano in quegli anni lo facevano solo per entusiasmo, per cercare strade nuove, non per vera necessità. Non erano infatti più gli emigrati con la valigia di cartone, che fuggivano senza nulla da un paese che non dava loro alcuna possibilità; stavolta era l’Italia che aveva qualcosa da proporre agli altri. I suonatori andavano in Cornovaglia, in Belgio o Germania a suonare per i nostri connazionali che vivevano all’estero, con quello che allora si chiamava “contratto di orchestra tipico”, ossia un contratto che prevedeva di saper suonare le musiche del momento ma anche i grandi classici della tradizione, come “Luna rossa” e “O sole mio”. Ciò consentiva di guadagnare di più e più a lungo, anche se spesso si veniva trattati come i camerieri. Proprio i camerieri era erano stati infatti i primi a partire, trascinandosi dietro tutti gli altri, compresi i suonatori.

Per quanto riguarda la politica, Vittorio non ne è interessato. Negli anni ’70 i cantanti di tutto il mondo accompagnavano il pensiero politico, o lo criticavano. Lui, partito a 19 anni, è invece estraneo al discorso perché non sa nulla della musica italiana e di conseguenza della politica, nonostante provenga da una famiglia di persone tutte tesserate nel PCI. Pur sentendosi in colpa per questo pensa solo a suonare, afflitto dalla malattia di non potersi guardare le spalle: guardare indietro o tornare a casa sarebbe come ammettere una sconfitta, piuttosto preferisce andare nel nulla di Miami.

Il libro si conclude con una playlist finale di canzoni consigliate, nella quale non appaiono però i Beatles. La band inglese è citata solo tre volte nell’opera, in quanto si trovava ad un livello vertiginosamente più in alto di quello del protagonista.

Il cantautore genovese ha quindi raccontato l’effetto che ha avuto la “British invasion”, ossia il modo di suonare delle band inglesi, sul mondo della musica degli anni ‘60. Il cambiamento era stato segnato qualche anno prima dall’elettrificazione degli strumenti, una vera e propria rivoluzione per l’epoca. Se fino agli anni ’40 le orchestre erano composte quasi esclusivamente da fiati, gli strumenti maggiormente in grado di farsi sentire anche senza amplificazione, e le chitarre erano poco utilizzate in quanto quasi ininfluenti, con l’avvento dell’elettrificazione queste ultime hanno preso il sopravvento su tutti gli altri strumenti. Si sono venute a formare così delle orchestre più piccole, composte da formazioni di  4 o 5 elementi. È cambiato il suono e lo stile. Persino la musica latina, che fino ad allora aveva avuto una diffusione importante anche nel Regno Unito pre-Beatles, basti pensare a successi come “La paloma” e “Guantanamela”, e il mambo, che aveva catturato a lungo il cuore della gente con il suo ritmo coinvolgente, sono stati letteralmente spazzati via da una tale ondata di novità. Gli elementi di queste band non erano colti musicalmente, anzi erano molto meno preparati dei musicisti precedenti. Spesso si rifiutavano addirittura di studiare la musica, in modo da conservare uno stile originale e fuori dagli schemi. Essere colti di musica, saperla leggere, come nel caso di Vittorio, poteva costituire quasi un handicap, poiché significava far parte del mondo precedente dal quale tanti cercavano di distinguersi. Si trattava di un voluto e cercato non sapere, di una desiderata ignoranza. Lo stesso processo è stato poi portato avanti da band come i Clash o i Nirvana, che hanno ulteriormente scarnificato la musica aggiungendovi nuovi contenuti. Ma sono i Beatles ad accorgersene per primi. “Suonare male mi veniva bene”, dice Fossati. È lo stesso rifiuto delle regole che troviamo ad esempio nella pittura. In quegli anni inoltre essere jazzisti era quasi d’obbligo, tutti lo erano, mentre adesso si può scegliere un genere. Anche quelle che venivano definite “canzonette” erano intrise di jazz. Un esempio è Natalino Otto, cantante radiofonico con una voce molto bella, che cantava canzoni molto facili ma attinenti al jazz e allo swing, leggero come un velo sopra le canzoni. Molto forte inoltre era l’influsso della musica nera, senza la quale la musica dei Beatles, dei Rolling Stones e degli Animals non sarebbe stata la stessa. Il rhytm and blues della musica nera si fondeva inoltre con il folk americano, creando una miscela tutta nuova. Ciò ha determinato il cambiamento radicale della discografia, che non era preparata ad un tale successo in quanto non aveva avuto modo di prevederlo. Se negli anni ’50 i dischi erano oggetti rari e negli anni ’60 si vendevano perlopiù singoli, negli anni ’70 ad essere venduti erano interi album, molto più ricchi di canzoni e molto più costosi. I produttori di tali dischi si sono ritrovati così tra le mani una vera e propria fortuna.

Quello che caratterizzava questo nuovo tipo di musica era il fatto che per la prima volta essa assumeva un carattere generazionale. Infatti mentre precedentemente i grandi esperti di musica scrivevano per un pubblico vastissimo (basti pensare al successo di “Magic moments” per esempio), con la “British invasion” la musica ha iniziato ad essere scritta per ragazzi da parte di altri ragazzi che ne conoscevano perfettamente il linguaggio e le problematiche (stessa cosa che accade oggi con il rap). Gli Who ad esempio, con “My generation”, offrono un quadro di cosa potesse provare un ragazzo degli anni ’60 molto più efficace di qualsiasi saggio o esegesi.

Per la prima volta inoltre assumeva un ruolo importante il look. I giovani portavano i capelli lunghi per distinguersi dalla generazione dei padri, una generazione di persone grigie e vestite tutte uguali, tanto che sembrava che per loro la gioventù durasse di meno. Era un orgoglio vestirsi così, anche se spesso i genitori non ne capivano le ragioni. Un chitarrista inglese disse “io sono arrivato da Londra e ho notato che l’Italia è un paese buio, la gente si veste di scuro”, mentre Henry  Jones definì Genova “la città più buia che abbia mai visto”.

Fossati ha terminato poi con una riflessione generale sull’evoluzione della musica. Secondo lui essa (non si parla di classica) pur tendendo sempre a cambiare involucro, non cambia la propria sostanza. È inevitabile infatti rifarsi a schemi già percorsi precedentemente. Anche Ennio Morricone ritiene inutili e prive di senso le cause per plagio in quanto lo spazio della musica tonale è molto stretto e ancor di più lo è quello del pop, che come dice Fossati è “l’arte di suonare all’infinito cose che altri hanno fatto prima di te ma con l’aria di inventarle sul momento”, una sorta di musica democratica. Il compito degli artisti è quindi quello di spostare le cose, di rimescolarle, non di portarle avanti. Solo pochissimi infatti sono riusciti ad apportare novità significative al mondo musicale. Tra questi, gli artisti di cui si è parlato precedentemente, insieme ad altri nomi del calibro di Jimmy Hendrix, il primo a suonare la chitarra in quello stile che tanto lo ha reso celebre. Ma salvo rare eccezioni i più tanti possono solo mischiare le carte e apportare tematiche nuove. La musica, infatti, funziona  proprio come una macchina da presa, che a seconda di dove è posizionata può fornire impressioni differenti della stessa cosa. Il pregio dei Beatles è quindi quello di averlo capito prima di altri ed aver mantenuto un’originalità che li ha portati a scrivere per molti anni canzoni che rimangono nella storia. Fossati conclude dicendo che le innovazioni che sono state apportate negli anni ’60 al mondo della musica hanno avuto un’evoluzione continua fino ad oggi. Bisogna quindi studiarle non limitandosi a quel periodo ma bensì ponendole in relazione anche con le ricadute che hanno ancora sulla società attuale.

 

Non si può mangiare l’illusione, ma è molto nutriente lo stesso

Standard

manginobrioches

No, dico, come faremo adesso noi?
Noi che conosciamo la strada maestra di Macondo, che ricordiamo quali fiori dilaniavano di nostalgia il patio in cui s’affacciava Fermina Daza, che sappiamo esattamente a quanto ammontava il debito della candida Eréndira con la sua nonna snaturata, che non riusciamo a dimenticare il sogno che fece Santiago Nasar la notte prima della sua morte annunciata, che non possiamo sentire l’odore di mandorle amare senza sentirci stringere alla gola dal destino di tutti gli amori contrastati.

Noi che tutte queste cose pensavamo di portarcele davanti al plotone d’esecuzione, ma ce n’erano molte, troppe ancora prive di nome, tanto che per citarle ci toccava indicarle con la mano, o sperare d’incontrare un Gabo che le nominasse per noi: amore, solitudine, morte, bellezza, guerra, magia, naufragio, lutto, coltello, perdono.

Oggi è il primo giorno del mondo senza Gabriel García Márquez: lo sentite il…

View original post 467 altre parole

Il triste addio a Gabriel García Arcadio Aureliano Marquez Buendía

Citazione

Per ricordare Gabriel García Marquez, spentosi nella giornata di oggi a Città del Messico all’età di 87 anni, ecco alcuni passaggi dell’opera che gli è valsa il Nobel per la letteratura nel 1982, “Cent’anni di solitudine”.


20140409_g_garcia_marquez.jpg.pagespeed.ce.loXRYeOYgm

 

 

In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti così tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra.

Non riusciva a capire come mai aveva avuto bisogno di così tante parole per descrivere la guerra, quando ne bastava solo una: paura.

Aveva perso nell’attesa la forza delle cosce, la sodezza dei seni, l’abitudine alla dolcezza, ma manteneva intatta la follia del cuore.

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo.

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

 

 

Polli d’allevamento

Standard

 

Il 3 ottobre 1978 debuttò a Parma “Polli d’allevamento” di Giorgio Gaber. Lo spettacolo in due parti, scritto a quattro mani con Sandro Luporini, assume la forma del “teatro-canzone”, in cui si alternano canzoni e monologhi. Ad arricchire l’opera  sono poi gli arrangiamenti di Giusto Pio e Franco Battiato, diventato famoso proprio grazie ad un’intuizione di Gaber.

Un’ironia pungente fa si che lo spettacolo risulti molto divertente nonostante la serietà dei temi trattati e un’amarezza di fondo che ne pervade i testi. Sicuramente uno dei lavori più provocatori di Gaber, nonché uno dei più criticati, “Polli d’allevamento” conferma la lucidità di analisi politica del cantautore milanese, il quale non si limita a farsi beffe dell’avidità della classe politica e delle miserie di una borghesia che tanto caratterizzavano “l’Italietta” di allora, ma prende soprattutto di mira le nuove generazioni, accusate di essersi lasciate plagiare dal consumismo. I giovani che nel decennio precedente si erano battuti per difendere i proprio ideali si sono ridotti adesso ad odiare non più per scelta quanto per frustrazione, dietro la quale si nasconde la più misera vuotezza esistenziale. Impegnarsi nei grandi movimenti di allora infatti spesso non era che una moda.

Per capire che impatto potesse avere un’accusa del genere bisogna ricordare il contesto storico in cui venne formulata. Quando uscì l’opera la spinta rinnovatrice del ’68 era già scemata. La diffusione dei gruppi armati, la repressione poliziesca e il dilagare dell’eroina affliggevano quelli che erano gli anni di piombo. Inoltre se allora lo spettacolo era rivolto soprattutto ai giovani di sinistra oggi il suo messaggio non può che essere universale. La ricerca della libertà passa quindi attraverso una battaglia individuale piuttosto che collettiva, e consiste proprio nella resistenza ad ogni tipo di massificazione.

PRIMO TEMPO

Introduzione (monologo)

Lo spettacolo inizia con un monologo sul ruolo dell’attore, assunto a metafora stessa della vita. “Leggi antichissime regolano minutamente i suoi gesti”. Tutto sembra già prestabilito, “ogni secondo si stampa uguale, perfetto, senza sbavature” tantoché “il meccanismo regolato e perfettamente oleato della sua vita, non muta”. Non c’è spazio per le novità.

Timide variazioni (canzone)

La prima canzone  parla del processo di maturazione interiore. Da giovane, dice Gaber, “gocciolavo amore da tutte le parti” e “vedevo il nuovo da tutte le parti”. Ora invece queste novità non gli interessano più, eppure, sa che “ci sono cose interessanti e anche originali, che ci sono cose veramente strane, veramente nuove, grandi cambiamenti, grandi innovazioni… peccato che a me sembrano soltanto timide e modeste variazioni, che nella loro velleità hanno l’aria e la pretesa di sfacciate novità”. Insomma che “il mondo è noioso” e “ho l’impressione di aver già capito tutto”.  Conclude dicendo che “la mia vita, la tua vita, insomma la vita, ho il sospetto che rimanga sempre uguale, e qualsiasi cambiamento che sembrava così enorme e sconvolgente, riguardato alla distanza non è altro che esteriore ed apparente, va a finire che in sostanza è davvero tutto uguale. Oppure sono io che non capisco più un cazzo”.

Chissà nel socialismo (canzone)

Scienze politiche, mi veniste incontro una sera di maggio, ed io convinto che il mio mestiere fosse il bandolo del vero non disgiunto da un rigorosissimo intervento, vi abbracciai e appoggiai il capo sulle vostre vigorose rassicuranti mammelle. Da voi, trassi la forza per sferrare l’attacco contro il nemico tremendo, che reprimeva da tutte le parti, che poi, diciamo la verità, era previsto che si facesse anche di più, ma che vuoi, quando sei lì ti manca la voglia, non c’è neanche il terreno favorevole a un certo punto cominci a scazzare allora basta è tutto un troiaio”. Gaber introduce con un parlato una canzone che racconta del suo rapporto con la società. Questa è indicata come la colpevole dell’immobilismo personale. Infatti lo distoglie dalle cose veramente importanti della vita, come cercare un lavoro o  trovare l’amore di una donna, le quali gli permetterebbero di realizzarsi. La colpa è sempre e solo del sistema, questa è la giustificazione che si ripete per tutto il brano. “Scegliere un lavoro è il mio problema, ma è colpa del sistema la mia immobilità”. “E pensare che io fosse per me chissà cosa farei”. “Non riesco neanche a fare l’amore non ho più la fantasia con tutto quello che ci ho d’intorno non è colpa mia” “È solo un fatto esterno” “E pensare che io fosse per me chissà come sarei. È solamente mancanza di amore, io sono buono, non c’entro, se vi faccio del male non reagite, sono debole di dentro”. Per terminare con ”Scegliere una vita è il mio problema ma è colpa del sistema la mia immobilità”. L’unica strada percorribile è il rifugio nell’attività politica aspettando l’avvento del socialismo, il quale forse potrebbe significare una vita migliore. Chissà!

Prima dell’amore (monologo)

Si tratta di un divertente monologo in prima persona sull’amore di coppia. Al primo incontro, nel letto, l’imbarazzo blocca i due amanti. “La prima frase che mi viene in mente: «Frangean la biada con rumor di croste». Tutto può fare intimità”. Dopo il silenzio iniziale è il momento di spogliarsi ma “a volte mi basta una caviglia: il nudo integrale non mi dice un cazzo!” Prima lei e poi lui. “Chi non ha mai commesso l’errore di togliersi i pantaloni prima delle scarpe, costui non sa niente dell’amore!” L’imbarazzo è sempre di più e raggiungere l’eccitazione sembra impossibile. “Se mi concentrassi molto sulla sua spalla, potrei anche riuscire a fare l’amore”. “Tu non erotizzi le ginocchia!” dice lei. Quindi “mi accarezza la schiena, le spalle, le ginocchia e tutto anche”. Finché “d’un tratto mi viene incontro l’eccitazione. Così, senza che la cercassi. Tutto diventa più facile: il meccanismo faticoso della scena si scioglie e siamo allacciati. Smanioso, rimastico frasi incomprensibili, inframmezzate da esclamazioni e da gesti abbozzati pesantemente. Il mio monologo si fa più oscuro e tra un respiro e un affanno, una parola, che mi sembra sia «amore», ricorre più volte, senza una ragione visibile”.

L’esperienza (canzone)

Devo fare un’esperienza io lo so per esperienza Devo fare un’esperienza…” È il refrain che si ripete per tutto il brano. Questo parla dell’irrequietezza interiore, intesa come ricerca spasmodica di nuove esperienze, “rinascere sempre e ogni volta cambiare”. Tutto è rinunciabile e non costa fatica farlo,“mi sono innamorato di un’altra ragazza, di un’altra situazione, di un’altra mia vita” in quanto “come se fosse una soluzione, era una mia esigenza o la paura di morire, era un’insofferenza, una sfida alla vita, insomma si fa per dire”. “Un momento felice si avvera ti nutre ti sfiora veloce dura ancora un’istante vorresti fermarlo ma è tardi è già tra i ricordi“.

La paura (monologo)

E camminando di notte nel centro di Milano semi deserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai… paura, o vigliaccheria emotiva”. In un epoca di individualismo, la paura del prossimo ci attanaglia anche senza un valido motivo. È questo il tema di questo monologo. La persona in lontananza è, ai suoi occhi, sicuramente un avventore. Che fare? Scappare? “Non posso deviare. Mi seguirebbe. Il caso cane-gatto è un esempio tipico: finché nessuno scappa non succede niente”. Infatti, “se uno scappa deve avere una buona ragione per essere seguito. Altrimenti che scappa a fare? Da solo? In quel caso si direbbe semplicemente corre”. Si impone di stare calmo. “Non devo avere paura. La paura è un odore e i viandanti lo sentono”. L’avventore si avvicina sempre si più, oramai riesce a distinguerlo, “le mani al petto stringono un grosso mazzo di fiori. Un mazzo di fiori?… Chi crede di fregare! Una pistola, un coltello, nascosto in mezzo ai tulipani. Come son furbe le forze del male!”…finché non gli passa di fianco. “Niente, era soltanto un uomo. Un uomo che senza il minimo sospetto mi ha sorriso, come fossimo due persone. Che strano, ho avuto paura di un ombra nella notte. Ho pensato di tutto. L’unica cosa che non ho pensato è che poteva essere semplicemente … una persona”.

La pistola (canzone)

Il brano prosegue il tema del monologo precedente. Qui la paura per il prossimo porta l’uomo a comprarsi una pistola e farne un feticcio. “Lo stato non agisce e tanto meno cautela ci vorrebbe una pistola”. Dopo averla comprata il protagonista della canzone non se ne separa più. “Io nel nostro tempo non ci vedo chiaro c’è un enorme sviluppo, una gran libertà di pensiero davvero interessante però non mi consola porto sempre la pistola”. La porta sempre con sé, la adora, “ogni tanto entro in un orinatoio un attimo per guardare l’oggetto stupendo nessuno può sapere che cosa sto facendo”.

Il vecchio (monologo)

In questo breve monologo sulla vacuità delle parole e della comunicazione politica, priva di contenuti uliti alla vita reale delle persone, un vecchio si ferma a leggere un manifesto rosso, probabilmente un manifesto elettorale. Ve ne sono ben tre, con il testo piccolissimo e fitto e un titolo enorme. Poi se ne va perplesso, “chiedendosi, se l’essenziale non gli sia sfuggito. Ogni tanto infatti spicca, come un fanale illuminante, qualche parola a lui sospetta. E la frase, che questa parola illumina, sembra per un istante nascondere molte cose, o nessuna affatto. Il meccanismo perfettamente oleato della vita, continua. L’omino è già lontano”.

I padri miei (canzone)

I padri di una volta sono visti come lontani e distanti, appartenenti a un’epoca forse incomprensibile ai giovani di oggi. Grigi e seri, sognavano l’Africa orientale italiana e parevano vecchi bersaglieri a colori, vecchi europei ammuffiti appassionati di poesia. “I padri miei non ispiravano allegria chiudevano le porte a tutto e per i giovani vivaci, esuberanti non avevano nessun rispetto”. Sul finale però ne viene riconosciuta la superiorità rispetto alle nuove generazioni. “Ma avevano una certa consistenza e davano l’idea di persone, persone di un passato che se ne va da sé”.

I padri tuoi (canzone)

Questa volta si parla dei padri moderni, i quali non sono austeri come quelli del brano precedente, ma piuttosto colorati, con loro si può parlare dei propri problemi, “sembrano studenti un po’ invecchiati” e “non hanno mai creduto nel mito del mestiere del padre, nella loro autorità”. Con loro “puoi fare tutto quello che ti pare, sono sempre più perfetti”. Sono padri che lasciano ai figli grande libertà e li assecondano comprando loro tutto quello che desiderano, “centinaia di palloni, biliardini e macchinine giapponesi”. “Spalanchiamo le porte a tutto per lo sviluppo del mondo, noi che non facciamo nessuna resistenza e che ci stravacchiamo nel benessere e nella mascherata della libertà”. Tuttavia da questa libertà falsa e mascherata, la libertà del consumismo, da seguire ad ogni costo e in ogni sua forma, “viene fuori una figura pulita quasi bianca, dissanguata, una presenza con pochissimo spessore che non lascia la sua traccia, una presenza di nessuna consistenza che si squaglia, si sfilaccia” Anche questo è uno dei problemi delle nuove generazioni, l’assenza di una educazione severa e di una figura forte è causa di sbando per molti. Ecco che allora quasi si rimpiangono “i padri miei”.

Gli oggetti (monologo)

Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere (…) Dopo anni di schiavitù gli oggetti tentavano la strada del dominio. (…) Nessuno aveva compreso il loro piano diabolico. Appostati dietro le vetrine, gli oggetti ci sceglievano, selezionandoci in base al reddito. Nessuna riforma fiscale, avrebbe mai consentito una individuazione più precisa”. In questo monologo Gaber parla della rivolta degli oggetti e di come questi siano riusciti a conquistarci piano piano senza che ce ne accorgessimo. È la metafora del consumismo; la Candy, famosa società di elettrodomestici, viene elevata al ruolo di leader della rivolta “La Candy ha la stessa percezione di me che ha anche il tostapane, tremendo, tutti d’accordo, avevano vinto”. Il finale è ironico e paradossale. Se i cittadini di fronte a ciò sono inermi e la politica ha cose più importanti a cui pensare, come si comporta la chiesa? “La chiesa, sempre sensibile, agli strani sconvolgimenti del tempo, come già aveva fatto molti anni prima con la donna, decise di concedere l’anima anche agli oggetti. E come allora, aveva rivalutato la figura della Madonna, ora aggiungeva al suo calendario una nuova festività, il Candy Day”.

La festa (canzone)

E poi mi sono alzato quasi bene con un’allegria molto cittadina con quegli strani struggimenti da domenica mattina. L’odore del giornale è sempre un’emozione non leggo le notizie non ci ho testa aspetto il pomeriggio con furore del resto anche aspettare fa parte della festa“. Il brano che conclude la prima parte dello spettacolo parla della festa quotidiana delle emozioni a cui le persone proprio non possono rinunciare. Vere o false che siano, sono il divertimento che fa andare avanti il mondo. Brano sicuramente suggestivo e coinvolgente, presenta un’invettiva in crescendo verso l’indifferenza delle persone, sempre pronte a scannarsi per nulla. “Son proprio deficienti gli uomini ormai son proprio devastati non riesci più a strapparli alla loro idiozia ci sono incollati”. Pur non essendo tra i brani più conosciuti può essere sicuramente inserito tra i capolavori di Gaber.

SECONDO TEMPO

Situazione donna (monologo)

Lo spettacolo riprende con un breve monologo fatto di parole apparentemente scombinate. Viene introdotto il tema della situazione femminile, del tutto assente nella prima parte dello spettacolo.

Eva non è ancora nata (canzone)

Che strano non sa neanche cuocere due uova e poi la vedo quando studia coi capelli corti e le sue passioni e avverto il senso di una donna nuova. Però se guardo in certe strane discrepanze allora non capisco e mi spavento com’è insensata misteriosa e buffa la sua scelta di un paio di sandali d’argento“. Forse il brano più melodico di tutto lo spettacolo, “Eva non è ancora nata” affronta il problema delle differenze tra uomo e donna. Gli uomini sono più prevedibili, abitudinari, giusti; infatti “come son giusti gli uomini”, “come son giusti i giovani”, “come son più sensibili” viene ripetuto più volte, invece “Eva non è ancora nata”. In lontananza si avverte un mutamento, quello portato dal movimento femminista, che però non siamo ancora in grado di capire. Prima di dare giudizi, “aspettiamo”.

Dopo l’amore (monologo)

Il monologo è la continuazione di quello contenuto nel primo tempo. Questa volta Gaber descrive, sempre con il solito tono ironico, quello che succede dopo il rapporto, tutti i pensieri che passano nella testa di lui e nei quali molti di noi si possono facilmente ritrovare. Vi è il dubbio di avere soddisfatto o meno la propria compagna. “Riassumiamo, io ho avuto l’orgasmo. Lei, non si sa, del resto non si sa mai” infatti “non c’è la prova, è per questo, che si sta qui nudi come cretini a domandarci com’è andata”. Viene poi descritta “la partita doppia degli orgasmi”, l’atto d’amore come una sinfonia, tutto deve essere preciso e calcolato. Una seconda volta? “No, per carità, non potrei. Già, e perché prima potevo?” Quindi i pensieri scorrono e ci si lascia distrarre dai rumori corporei, un rumore di pancia per la precisione, “non si sa mai se è la sua o la mia”. L’atto d’amore è concluso, una delusione di fondo pervade la scena. “L’ho sempre detto, se vuoi sciupare un amicizia con una persona facci all’amore. E dopo? Ci vuole troppa comprensione, per trasformare in dolcezza una cosa venuta male”. Non resta che rivestirsi.

L’uomo non è fatto per stare solo (canzone-monologo)

Il pezzo inizia con un cantato accompagnato da una musica dalle sonorità orientali. “L’uomo non è fatto per restare solo”, viene ripetuto molte volte, infatti “il suo bisogno di contatto è naturale”. Questo non solo avviene quando abbiamo bisogno di qualcosa, anzi “si espande anche quando non c’è più niente da dire, quando non c’è più l’urgenza e nemmeno una vera ragione: è proprio lì che vien fuori il bisogno di aggregazione”. Cosa scaturisce da questo contatto infinito? La risposta è nel parlato a metà del pezzo. “Le cose buone non fanno epidemia”, “l’intelligenza non si attacca, la scarlattina sì”, quindi gli uomini tendono naturalmente a scambiarsi il peggio delle loro qualità. Al contrario, “Io non tocco niente nemmeno la gente profumata”. Soltanto “quando ho paura di sprofondare mi attacco a qualche spalla con la speranza e la consolazione di restare a galla”. C’è sempre chi sta peggio di noi, e questa è già una piccola consolazione

L’ingenuo (monologo)

In questo monologo Gaber critica quelli sempre pronti ad aderire ai nuovi movimenti e alle nuove idee senza fermarsi a riflettere. “Ma attenzione, non c’e niente di meno nutriente delle idee”. Infatti “le idee sono come quei legnetti bucati, che nelle spiagge si tirano ai cagnolini per farseli riportare. E tutti ci corrono addietro, le mordono, le sciupacchiano, le portano in giro scodinzolando, e te le rimettono davanti tutte biascicate”. Allo stesso modo critica chi vede nel viaggio una fuga dal vuoto in cui vive. “Ti basta un paese nuovo, e il cuore ti si emoziona, la testa ti gira, un infinito si apre nuovo per te, un ridicolo, piccolo infinito. E tu ci caschi dentro. Il viaggio è la ricerca di questo nulla, di questa piccola vertigine per ingenui”. Il vuoto interiore infatti, uno se lo porta sempre con sé ovunque vada.

Polli di allevamento (canzone)

Il brano che dà il titolo allo spettacolo è un’invettiva nei confronti delle nuove generazioni, adoratrici di stivaletti gialli e di canzoni, “nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni”, sempre in cerca di grandi emozioni ma destinate a spegnersi presto “finché non scoppia il cuore”. Tutto ciò non può che portare ad un generale “senso di morte”. Quindi il passaggio più duro: “Cari cari polli di allevamento che odiate ormai per frustrazione e non per scelta cari cari polli di allevamento con quell’espressione equivoca e sempre più stravolta. Che immaginando di passarvi accanto in una strada poco illuminata non si sa se aspettarsi un sorriso o una coltellata”.

Il palazzo (monologo)

Gaber affronta il tema del distacco della politica dai problemi della gente. Lo fa descrivendo il palazzo e le sue stanze come se fossero quelle di un museo. La vita al suo interno sembra tranquilla e pacata, indifferente agli avvenimenti esterni. “Non si capisce perché, ma sembra sempre che siano le cinque del pomeriggio e che fra poco ci offriranno una tazza di tè”.

Salviamo sto paese (canzone)

Partendo dalla necessità di rinnovamento del Paese, Gaber, scimmiottando volontariamente la parlata dei politici, propone alcune soluzioni. “C’è bisogno di un’intesa vogliamo tutti insieme metterci a pensare seriamente alla ripresa?” La finta pacatezza trabocca poi nella tipica ironia: “Bisogna far proposte in positivo senza calcare la mano sulle possibili carenze. Lasciamo perdere il pessimismo, l’insofferenza generale dei giovani, i posti di lavoro, l’instabilità, gente che non ne può più, la rabbia, la droga,  l’incazzatura, lo spappolamento, il bisogno di sovvertire, il rifiuto, la disperazione. Cerchiamo di essere realisti. Non lasciamoci trarre in inganno… dalla realtà”. In fondo “Italia depressa ma bella d’aspetto è un bel paesotto che tenta di essere tutto con dentro tanti modelli che mischia confonde e concilia riesce a non essere niente”. Gaber conclude invocando “la folle allegria del benessere sano di ieri”, ad esempio quella del sessant…adue, non del ’68! Una canzone che non smette di essere attuale.

Guardatemi bene (canzone)

È un testo amaro, in cui Gaber prende le sembianze di un ventenne di allora. Come davanti alla platea di un tribunale il giovane, senza più alcun briciolo di amor proprio, mette in mostra tutti i suoi fallimenti.  “Guardatemi bene non credo più a niente non voglio più lavorare come un deficiente non ho più speranze mi sono fregato ma ormai me ne fotto avete visto come sono ridotto”.  Parla direttamente alle generazioni dei padri, ritenute colpevoli del suo fallimento. Non gli appartengono più né il rispetto, né la vergogna. Non resta che rifugiarsi nell’illusione della “febbre del sabato sera” o in quella della droga.

Il suicidio (monologo)

Sul finire dello spettacolo, un monologo ci parla di un uomo che ha deciso di suicidarsi. Nudo davanti allo specchio medita il modo migliore per farlo ma non gliene viene in mente nessuno. Prova a rivolgersi ad alcuni amici per farsi tirar su di morale, ma senza esito. Inizia quindi ad immaginarsi come si suiciderebbe la gente importante, soprattutto i politici. Anche così non gli viene in mente nulla di originale. Decide quindi di rivestirsi e uscire di casa. “C’è una fine per tutto. E non è detto che sia sempre la morte”.

Quando è moda è moda (canzone)

Canzone finale dello spettacolo, “Quando è moda è moda” ne è sicuramente il capolavoro. La canzone riprende e accentua ancor di più il tema trattato in “Polli d’allevamento” e “Guardatemi bene”. L’invettiva nei confronti delle nuove generazioni raggiunge qui il massimo livello, tantoché oltre agli applausi finali è possibile udire anche numerosi fischi. Se in passato “certe facce giuste” si riunivano per resistere spinti dagli ideali, ora queste facce sono fin troppe e non fanno più paura a nessuno. Non è chiaro quali siano le cause di questo mutamento, ma fatto sta che ora quei giovani non sono tanto diversi da coloro che odiavano. Tra la moda “del playboy più sorpassato e più reazionario a quella sublimata di fare “la comune” o un consultorio” non vi è alcuna differenza, “Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza direi” afferma l’io narrante, il che non è che un pretesto per riportare effettivamente quello che pensa. Inizia così il vero “J’accuse” di tutta l’opera. L’io narrante prende le distanze da tutto ciò che sta precipitando,  affermando la propria individualità e urlando il proprio disprezzo verso tutto il resto.

Sono diverso e certamente solo.
Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglia di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante del “fatti i cazzi tuoi!”
Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione…”

Finale (monologo)

Lo spettacolo si conclude così come era iniziato. L’attore avrebbe voglia di rompere i rigidi schemi che regolano la sua vita e decidere per una volta qualcosa di sua iniziativa. Sebbene spesso sembri impossibile, come per magia, è proprio quello che accade. L’occasione che tanto aspettava non tarda ad arrivare “Bisognerebbe ora fare qualcosa, dire una parola, una parola qualunque, che non sia scritta nel copione…” Ci riuscirà?

 

 

 

“La storia in piazza – I Tempi del Cibo”

Standard

Eventi che meritano!

cornicialmuro

images

Ieri sera si è aperta ufficiosamente la manifestazione “La storia in piazza –  I tempi del cibo”, al via ufficiale oggi 11 aprile.
La manifestazione durerà fino a domenica 13.

Il grande Philippe Daverio è stato il protagonista di questa magica serata nella sala del maggior consiglio, stracolma di gente.
Ci ha stregato con il suo savoir faire, la sua cultura e la sua eloquenza.
Il cibo è diventato con gli anni un manifesto della ricchezza delle famiglie borghesi, protagonista nei primi presepi del 1700 a Caserta e mezzo di lode e ringraziamento nei confronti dei sovrani (vedi la Pizza Margherita).
La figura del cuoco ha da sempre accompagnato il cibo ed è diventato come un filosofo all’interno delle società, specialmente quelle del Nord Italia.

Estetica e cibo, una lunghissima storia d’amore.

Oggi il sole splende su Genova e “La storia in piazza” parte con tantissime iniziative culinarie, culturali e…

View original post 64 altre parole

Bene – Francesco De Gregori

Video

Uscita nel 1974 come lato B del 45 giri contenente anche “Niente da capire” e presente anche nell’album “Francesco De Gregori“, vi propongo una delle canzoni più intime ed intense del repertorio del cantautore romano. “Bene” è un classico esempio dell’ermetismo che ha caratterizzato gli inizi dell’opera di De Gregori. In un’atmosfera intima affiora il ricordo nostalgico di un’amore passato. Ad essere trattati sono anche i temi della fine tragica dell’adolescenza e del rapporto con la madre, che con la crescita necessariamente non può che mutare. Non ci è dato sapere a chi sia rivolta la canzone, né chi siano Pierino e Luigi (forse Tenco? chissà), ma che importa. Piuttosto lasciamoci cullare dal sublime arpeggio di chitarra e dalla melodia delle parole. Un’ultima curiosità, la canzone, troppo intima ed emozionante anche per il suo stesso autore, non è mai stata realizzata dal vivo.

 

 

Bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi
ma è inutile cercarmi sotto il tavolo,ormai non ci sto più
ho preso qualche treno, qualche nave,
qualche sogno, qualche tempo fa
ricordi che giocavo coi tuoi occhi nella stanza, e ti chiamavo mia,
ed oltre la coperta all’uncinetto, c’era il soffio della tua pazzia
e allora la tua faccia vietnamita ricordava tutto quel che ho.

E adesso puoi richiuderti nel bagno a commentare le mie poesie
però stai attenta a tendermi la mano,perché il braccio non lo voglio più
mia madre è sempre lì che si nasconde dietro i muri
e non si trova mai
e i fiori nella vasca sono tutto quel che resta e quel che manca,
tutto quel che hai
e puoi chiamarmi ancora amore mio.

E qualche volta aspettami sul ponte, i miei amici sono tutti là
con lunghe sciarpe nere ed occhi chiari, hanno scelto la semplicità
se Luigi si sporge verso l’acqua sono solo fatti suoi
e ancora mille volte, mille anni, ci scommetto, mi ringrazierai
per quel sorriso ladro e per i giochi, i mille giochi che sapevi già
e ancora mi dirai che non vuoi essere cambiata, che ti piaci come sei.

Però non mi confondere con niente e con nessuno, e vedrai niente e nessuno ti confonderà
soltanto l’innocenza nei miei occhi, c’è nè già meno di ieri, ma che male c’è
le navi di Pierino erano carta di giornale, eppure vedi, sono andate via
magari dove tu volevi andare ed io non ti ho portato mai
e puoi chiamarmi ancora amore mio.